Tutti gli articoli di Carolina Vergerio

M.

Non so a quanti insegnanti italiani di scuola primaria e media sia capitato di insegnare a leggere e scrivere a una ragazzina di 11 anni.  A me è successo e, quando lo racconto, sembra ancora incredibile.

M. ha 12 anni e fino a poco più di un anno fa era analfabeta. Non era mai entrata in una scuola, forse non aveva mai nemmeno fatto un disegno. Non era mai stata seduta a lungo in un banco e non sapeva che cosa significasse avere cura del materiale scolastico.

M. non è una bambina di 6 anni che impara con i compagni a leggere e a scrivere. Non è un adulta che impara a leggere e a scrivere. M. deve imparare a leggere e a scrivere in una lingua diversa dalla sua lingua madre, in cui probabilmente non leggerà e scriverà mai. M. inoltre è portatrice di un immenso bagaglio culturale, quello di una lingua speciale che si parla ma non si scrive.

Ho cercato in rete materiale specifico per un caso come il suo, ma non ho trovato nulla. Poi, con le maestre che l’hanno seguita e aiutata insieme a me, ho realizzato che M. non era un caso ma una splendida ragazzina dalla pelle scura, dagli occhi profondi, desiderosa di scoprire ma anche di essere se stessa fino in fondo, di essere compresa e accolta, di vedere valorizzata la sua esperienza di vita e la sua cultura.

Oggi M. sa leggere e scrivere, sa fare le operazioni di base, si orienta a scuola con regole e orari, desidera fortemente degli amici con cui condividere le più banali esperienze da preadolescenti.

Oggi M. impara l’italiano e io il romanì.

rom-sinti

Per approfondire il tema delle popolazioni Rom e Sinti in Europa, che tanto mi sta a cuore, vi invito a visitare queste pagine:

 

 

Le indicazioni nazionali e la storia

Ritengo le Indicazioni nazionali per il curricolo un ottimo strumento di lavoro, portatore di innovazione e di un diverso punto di vista sulla formazione dei nostri alunni e delle nostre alunne. Le ho lette e studiate quando sono uscite, tre anni fa ormai, e continuo a ragionarci perché penso che contengano indicazioni davvero utili per lavorare sulle competenze. Oggi, mettendo un po’ di ordine tra i miei materiali e cercando di programmare per le due classi seconde che mi aspettano la settimana prossima, mi sono soffermata sui “Traguardi per lo sviluppo delle competenze al termine della scuola secondaria di primo grado” in Storia.

Riporto il testo completo.

L’alunno si informa in modo autonomo su fatti e problemi storici anche mediante l’uso di risorse digitali. Produce informazioni storiche con fonti di vario genere – anche digitali – e le sa organizzare in testi. Comprende testi storici e li sa rielaborare con un personale metodo di studio. Espone oralmente e con scritture – anche digitali – le conoscenze storiche acquisite operando collegamenti e argomentando le proprie riflessioni.

Usa le conoscenze e le abilità per orientarsi nella complessità del presente, comprende opinioni e culture diverse, capisce i problemi fondamentali del mondo contemporaneo. Comprende aspetti, processi e avvenimenti fondamentali della storia italiana dalle forme di insediamento e di potere medievali alla formazione dello stato unitario fino alla nascita della Repubblica, anche con possibilità di aperture e confronti con il mondo antico. Conosce aspetti e processi fondamentali della storia europea medievale, moderna e contemporanea, anche con possibilità di aperture e confronti con il mondo antico.

Conosce aspetti e processi fondamentali della storia mondiale, dalla civilizzazione neolitica alla rivoluzione industriale, alla globalizzazione. Conosce aspetti e processi essenziali della storia del suo ambiente. Conosce aspetti del patrimonio culturale, italiano e dell’umanità e li sa mettere in relazione con i fenomeni storici studiati.”

Altro? Praticamente sono pronti per accedere all’Università… e forse anche oltre.

Questa formulazione è certo una tensione verso una sorta di “livello ideale” ma in qualche modo ci dà la misura dell’eccesso di aspettative a cui i ragazzini sono sottoposti, nella scuola e fuori dalla scuola. Devono essere degli storici, dgli italianisti, dei geografi, dei matematici… e poi ovviamente dei campioni sportivi, dei musicisti…

Forse questo eccesso è una delle cause della grande fatica che gli insegnanti fanno quotdianamente per raggiungere i loro alunni, che sono giò stanchi ancora prima di cominciare.

 

Valutare dialogando

Si è svolto il 5 e 6 settembre scorsi il convegno “La scuola del gratuito”, organizzato a San Marino dalla Comunità Papa Giovanni XXIII e dal Gruppo di studio “La scuola del gratuito”. Sono stata invitata a raccontare la nostra avventura di un anno senza voti in una prima della mia scuola media. E’ stata un’esperienza interessante e soprattutto portatrice di speranza e prospettive nuove.

Tante persone, insegnanti, educatori, genitori si sono trovati per discutere di come si possa pensare, e fare, una scuola diversa in cui i valori siano la collaborazione, la condivisione, l’apertura verso l’altro, il desiderio di apprendere.

Valutare senza voto significa usare il dialogo al posto del numero, significa descrivere con maggiore attenzione e precisione la complessità dell’essere umano in crescita e i suoi processi di apprendimento, significa riportare l’attenzione sull’importanza pedagogica dell’errore e della crisi. In poche parole significa dare una nuova centralità ai bambini e alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze nel modo più alto, quello di considerarli un insieme di cuore e mente, di emozioni, sentimenti, riflessioni, pensieri che non possono essere scissi gli uni dagli altri e che devono vivere una loro dimensione educativa di libertà.

Le indicazioni nazionali per il curricolo sono già innovative sotto molti punti di vista e alcuni passaggi al suo interno, a mio parere, ci spingono a rivedere la posizione della scuola in materia di valutazione. Non si può ridurre una competenza a un numero, così come non si può costringere in un numero una persona. Sta a noi insegnanti non avere paura (e poi paura di che?) e diventare protagonisti attivi di una nuova esperienza didattica e pedagogica. Se le cose cambieranno in meglio sarà perché noi, dal basso, avremo risvegliato davvero e con pratiche alternative la sonnolenta scuola italiana.

 

Il desiderio di uscire

11004441_10206119546411532_1724374172_n

La scuola tende a essere uno spazio chiuso, una sorta di non luogo in cui sembrano accadere fatti che solo la scuola conosce e può capire, indipendenti dal mondo esterno. Un’area protetta, impermeabile ai cambiamenti e agli eventi. Fuori una guerra può divampare, l’ordine mondiale ribaltarsi ma noi dentro la scuola continuiamo a “comunicare cultura”, sicuri nelle nostre aule, accoccolati nelle tiepide pagine dei libri di cui già conosciamo la fine.

Tra le pareti incerte delle scuole, in file ordinate di banchi, file disordinate di menti annullano la loro individualità e il loro spontaneo interesse per il mondo e sprofondano nel già sentito, nel già vissuto, nella noia del ripetere. E noi lo stesso, di fronte a loro.

E’ questo un rischio che voglio evitare e questo blog è la mia arma contro un destino che sembra inevitabile.

In otto anni di insegnamento, neanche tanti, in effetti,  ho prodotto con i miei ragazzi e grazie ai miei ragazzi materiali, esperienze, idee, pensieri. E’ il momento per me di uscire, di respirare insieme a loro l’ossigeno del mondo, con le sue contraddizioni, le sue incertezze, i suoi problemi, nella consapevolezza che il mondo ricambierà, entrando nelle mie aule come una folata di vento che fa sbattere una finstra e ci risveglia dal torpore che ci aveva colto senza che neanche ce ne accorgessimo.