Radici. Questioni di destino /1

Come insegnante ho iniziato da subito a fare scelte molto precise, scelte che hanno caratterizzato il mio modo di essere prof. senza che ne avessi all’inizio una vera consapevolezza. Nelle proposte didattiche, nel desiderio di libertà di movimento che sentivo per me e volevo comunicare ai ragazzi e alle ragazze, nell’assoluta certezza che la scuola è per tutti e di tutti, e che tutti hanno il diritto di sentirsi accolti e ascoltati, c’è da sempre qualcosa che mi guida, che mi indica la strada da prendere.

In principio non mi sono fermata a riflettere su che cosa mi spingesse in una determinata direzione, ma con il tempo ho realizzato che la mia guida, discreta ma decisa, è  la mia esperienza di bambina, di piccola alunna che il destino a sei anni ha affidato a un maestro molto speciale.

Gian Mario non è stato un maestro come gli altri. Con Gian Mario tutti eravamo uguali. In classe facevamo di tutto: imparavamo la matematica e la cucina, i verbi e la tessitura. Facevamo tanto lavoro manuale di qualsiasi genere, ci cimentavamo in esperimenti scientifici, recitavamo e, cosa che ricordo con grande gioia, cantavamo tanto, tantissimo, e mai canzoni per bambini.

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In cinque anni di scuola elementare non ho MAI ricevuto un voto numerico e credo mai nemmeno un giudizio. Si facevano le cose e si imparava. Punto. Si andava a scuola volentieri (ricordo una compagna che, malata, scappò di casa per venire a scuola!), si facevano tante domande e si parlava di tutto.

E’ da qui che la mia avventura è iniziata ed è da questo bagaglio così prezioso che ogni giorno tiro fuori gli strumenti che mi servono per proseguire il mio cammino.

 

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