Archivio mensile:settembre 2015

Di che cosa ha bisogno un insegnante?

Quando guido mi gira per la testa un sacco di idee, tanto che talvolta sbaglio strada e mi ritrovo dove non devo andare. L’altro giorno ero ferma al semforo vicino a casa e ho pensato a ciò di cui ho bisogno come insegnante.

Ho bisogno del passato, delle radici, di ciò che ho appreso da piccola, dalla scuola, dalla famiglia, dal mio contesto di vita. Ho poi bisogno del futuro, delle aspettative, dei progetti, delle idee, di ciò che immagino per i miei alunni e le mie alunne (e di riflesso, per me).

E infine ho bisogno del presente, della vita quotidiana, di quello che imparo tutti i giorni, del respiro delle persone. A scuola quel respiro ha due nomi: Patrizia e Cristiana. Loro sono colleghe, amiche di sempre, un po’ sorelle, di quella “sorellanza” che un po’ si sceglie e un po’ arriva. Sono il presente, ma sono anche il passato e soprattutto il futuro. Con loro posso condividere l’emozione per ciò che è stato e soprattutto progettare e immaginare ciò che sarà.

Senza di loro non ci sarebbe scuola per me. Con loro la scuola prende significato.

 

Radici. Questioni di destino /1

Come insegnante ho iniziato da subito a fare scelte molto precise, scelte che hanno caratterizzato il mio modo di essere prof. senza che ne avessi all’inizio una vera consapevolezza. Nelle proposte didattiche, nel desiderio di libertà di movimento che sentivo per me e volevo comunicare ai ragazzi e alle ragazze, nell’assoluta certezza che la scuola è per tutti e di tutti, e che tutti hanno il diritto di sentirsi accolti e ascoltati, c’è da sempre qualcosa che mi guida, che mi indica la strada da prendere.

In principio non mi sono fermata a riflettere su che cosa mi spingesse in una determinata direzione, ma con il tempo ho realizzato che la mia guida, discreta ma decisa, è  la mia esperienza di bambina, di piccola alunna che il destino a sei anni ha affidato a un maestro molto speciale.

Gian Mario non è stato un maestro come gli altri. Con Gian Mario tutti eravamo uguali. In classe facevamo di tutto: imparavamo la matematica e la cucina, i verbi e la tessitura. Facevamo tanto lavoro manuale di qualsiasi genere, ci cimentavamo in esperimenti scientifici, recitavamo e, cosa che ricordo con grande gioia, cantavamo tanto, tantissimo, e mai canzoni per bambini.

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In cinque anni di scuola elementare non ho MAI ricevuto un voto numerico e credo mai nemmeno un giudizio. Si facevano le cose e si imparava. Punto. Si andava a scuola volentieri (ricordo una compagna che, malata, scappò di casa per venire a scuola!), si facevano tante domande e si parlava di tutto.

E’ da qui che la mia avventura è iniziata ed è da questo bagaglio così prezioso che ogni giorno tiro fuori gli strumenti che mi servono per proseguire il mio cammino.

 

Scegliere il libro di narrativa

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Benché sia un’attività che da qualche tempo non riscuote particolare successo a scuola, trovo che la lettura completa di un libro di narrativa in classe sia utile, piacevole e rilassante.

La scelta di dedicare un’ora alla settimana alla lettura ad alta voce di un romanzo è scaturita in realtà da un bisogno: come sfruttare in modo efficace l’ultima ora del pomeriggio? Stiamo parlando dell’OTTAVA ora di lezione e della NONA ora a scuola. Lascio a voi immaginare lo stato fisico, emotivo e cognitivo di questi poveri “ninin” (che in piemontese significa “piccolini”) e di noi insegnanti.

Fare lezione frontale è praticamente impossibile così come organizzare un’attività collaborativa. Leggere si è rivelata una buona soluzione per vari motivi: è rilassante, perché non richiede particolare attivazione, se non la capacità di ascolto; è piacevole, perché ascoltare storie è emotivamente coinvolgente e  stimola curiosità; è utile, perché allena le capacità di ascolto ma resta all’interno di un’area di desiderio personale e non di “performance” (non esistono verifiche legate all’ora di lettura). Infine, se qualcuno è proprio sfinito (e vi assicuro che anche voi sareste sfiniti dopo 9 ore di scuola) può fare un bel sonnellino, cullato dalla musicalità delle parole 🙂

Oggi dunque ho proposto un’attività di scelta di classe del libro da leggere l’ultima ora del mercoledì pomeriggio. Ho selezionato 4 testi, che io amo particolarmente, molto diversi tra loro:

  • Nel mare ci sono i coccodrilli, di Fabio Geda, una storia vera e attuale, con il sapore delle grandi avventure dei classici della letteratura per ragazzi;
  • Ci sono bambini a zig zag, di David Grossman, un romanzo per ragazzi e adulti, ricco di colpi di scena, di personaggi originali, di desiderio di libertà in difesa delle differenze di ciascuno;
  • Lo strano caso del dottor Jekyll e del sognor Hyde, di Robert Lous Stevenson, un classico della letteratura, che si presta a molteplici interpretazioni;
  • L’eroe invisibile, di Luca Cognolato e Silvia del Francia, una storia vera del passato, un esempio di coraggio e generosità.

I ragazzi hanno analizzato in gruppo i libri, leggendo la sintesi, la biografia dell’autore e elementi di valutazione aggiuntivi che ho loro proposto. Hanno osservato la copertina e hanno stilato dei pareri favorevoli e sfavorevoli per ciascun libro.

Al termine dell’ora e mezza che avevano a disposizione, hanno scelto uno dei libri e hanno specificato i motivi che li hanno spinti a scegliere proprio quel volume.

Questa attività ha consentito loro di allenare alcune competenze importanti:

  • lavorare in gruppo, confrontando idee e valutazioni;
  • analizzare una situazione specifica, sapendo individuare pro e contro di ciascuna scelta;
  • saper prendere una decisione finale comune in seguito alle riflessioni;
  • raggiungere l’obiettivo nei tempi prestabiliti.

I ragazzi e le ragazze hanno lavorato in autonomia, con attenzione e serietà e, alla fine dell’attività, in maggioranza hanno deciso di leggere Nel mare ci sono i coccodrilli.

Mercoledì inizieremo la lettura. Mi auguro che il libro risponda alle loro aspettative.

Qui potete scaricare tutto il materiale per l’attività.

 

 

 

Piccole sfide alla consuetudine / 1

Quest’anno la parola chiave per le mie attività a scuola è “libertà”. Dopo qualche anno di insegnamento mi sento abbastanza forte e tranquilla per lasciare più spazio ai ragazzi e ai loro desideri.

In effetti anche prima avevo idealmente questa aspirazione ma nello stesso tempo mi rendevo conto di avere un certo timore, di avere bisogno di reggere con forza il timone e di prendere la direzione chiara che avevo pensato e programmato: modalità di lavoro, argomenti, valutazione.

Per qualche tempo (quello di cui ci sarà bisogno)  lavoreremo insieme per capire che cosa loro desiderano di più imparare, che cosa li appassiona, che cosa renderebbe le ore di scuola più piacevoli e realmente finalizzate all’apprendimento.

Questo non significa lasciare una libertà totale e senza regole: ci sono competenze che io ritengo indispensabili e argomenti che non si possono non conoscere alla fine della scuola media. Significa piuttosto che, dopo aver appreso quello che l’insegnante pensa sia indispensabile, i ragazzi possono esercitare la loro libertà di scelta e diventare protagonisti del loro apprendere.

Nei miei progetti una scelta come questa dovrebbe portare due benefici: appassionare i ragazzi allo studio, e soprattutto alla ricerca personale e alla rielaborazione, e allenarli a prendere decisioni in piena libertà, in un ambito protetto e controllato.

Avrò un anno per verificare se la mia proposta sia efficace o meno, quanto lo sia e se sia valida per tutti. E’ una di quelle piccole sfide che rende il mio lavoro emozionante.

 

 

Primo giorno di scuola

Tutti gli anni il primo giorno di scuola mi sento come una bambina. Sono sinceramente emozionata quando entro nell’edificio e mi avvio verso la mia classe. Dietro di me c’è un bagaglio di esperienze, gioie e sofferenze e davanti a me c’è qualcosa di completamente imprevedibile, nuovo, sconosciuto.

Entro e saluto con un po’ di imbarazzo. Sembra di riportare i ragazzi, con quel saluto, tutto d’un tratto dentro alle cose della scuola, dopo tre mesi leggeri, senza pensieri, scaldati dal sole e profumati di mare. Con quel saluto io rientro nelle loro vite, le guardo di nuovo, rivedo i visi cresciuti e abbronzati, inizio a immaginare ciò che sarà.

Qualche secondo e tutto ritorna al suo posto: rido, scherzo, mi riavvicino a loro in punta di piedi, trattengo a stento il mio entusiasmo per le idee che mi sono frullate per la testa durante tutta l’estate, racconto di me e chiedo di loro, preannuncio momenti di divertimento e momenti di fatica.

Finisce il tempo a mia disposizione e sono carica di energie e di emozioni: mi basteranno per affrontare le difficoltà che presto si affacceranno. Perché la scuola è la vita che cresce.

 

M.

Non so a quanti insegnanti italiani di scuola primaria e media sia capitato di insegnare a leggere e scrivere a una ragazzina di 11 anni.  A me è successo e, quando lo racconto, sembra ancora incredibile.

M. ha 12 anni e fino a poco più di un anno fa era analfabeta. Non era mai entrata in una scuola, forse non aveva mai nemmeno fatto un disegno. Non era mai stata seduta a lungo in un banco e non sapeva che cosa significasse avere cura del materiale scolastico.

M. non è una bambina di 6 anni che impara con i compagni a leggere e a scrivere. Non è un adulta che impara a leggere e a scrivere. M. deve imparare a leggere e a scrivere in una lingua diversa dalla sua lingua madre, in cui probabilmente non leggerà e scriverà mai. M. inoltre è portatrice di un immenso bagaglio culturale, quello di una lingua speciale che si parla ma non si scrive.

Ho cercato in rete materiale specifico per un caso come il suo, ma non ho trovato nulla. Poi, con le maestre che l’hanno seguita e aiutata insieme a me, ho realizzato che M. non era un caso ma una splendida ragazzina dalla pelle scura, dagli occhi profondi, desiderosa di scoprire ma anche di essere se stessa fino in fondo, di essere compresa e accolta, di vedere valorizzata la sua esperienza di vita e la sua cultura.

Oggi M. sa leggere e scrivere, sa fare le operazioni di base, si orienta a scuola con regole e orari, desidera fortemente degli amici con cui condividere le più banali esperienze da preadolescenti.

Oggi M. impara l’italiano e io il romanì.

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Per approfondire il tema delle popolazioni Rom e Sinti in Europa, che tanto mi sta a cuore, vi invito a visitare queste pagine:

 

 

Le indicazioni nazionali e la storia

Ritengo le Indicazioni nazionali per il curricolo un ottimo strumento di lavoro, portatore di innovazione e di un diverso punto di vista sulla formazione dei nostri alunni e delle nostre alunne. Le ho lette e studiate quando sono uscite, tre anni fa ormai, e continuo a ragionarci perché penso che contengano indicazioni davvero utili per lavorare sulle competenze. Oggi, mettendo un po’ di ordine tra i miei materiali e cercando di programmare per le due classi seconde che mi aspettano la settimana prossima, mi sono soffermata sui “Traguardi per lo sviluppo delle competenze al termine della scuola secondaria di primo grado” in Storia.

Riporto il testo completo.

L’alunno si informa in modo autonomo su fatti e problemi storici anche mediante l’uso di risorse digitali. Produce informazioni storiche con fonti di vario genere – anche digitali – e le sa organizzare in testi. Comprende testi storici e li sa rielaborare con un personale metodo di studio. Espone oralmente e con scritture – anche digitali – le conoscenze storiche acquisite operando collegamenti e argomentando le proprie riflessioni.

Usa le conoscenze e le abilità per orientarsi nella complessità del presente, comprende opinioni e culture diverse, capisce i problemi fondamentali del mondo contemporaneo. Comprende aspetti, processi e avvenimenti fondamentali della storia italiana dalle forme di insediamento e di potere medievali alla formazione dello stato unitario fino alla nascita della Repubblica, anche con possibilità di aperture e confronti con il mondo antico. Conosce aspetti e processi fondamentali della storia europea medievale, moderna e contemporanea, anche con possibilità di aperture e confronti con il mondo antico.

Conosce aspetti e processi fondamentali della storia mondiale, dalla civilizzazione neolitica alla rivoluzione industriale, alla globalizzazione. Conosce aspetti e processi essenziali della storia del suo ambiente. Conosce aspetti del patrimonio culturale, italiano e dell’umanità e li sa mettere in relazione con i fenomeni storici studiati.”

Altro? Praticamente sono pronti per accedere all’Università… e forse anche oltre.

Questa formulazione è certo una tensione verso una sorta di “livello ideale” ma in qualche modo ci dà la misura dell’eccesso di aspettative a cui i ragazzini sono sottoposti, nella scuola e fuori dalla scuola. Devono essere degli storici, dgli italianisti, dei geografi, dei matematici… e poi ovviamente dei campioni sportivi, dei musicisti…

Forse questo eccesso è una delle cause della grande fatica che gli insegnanti fanno quotdianamente per raggiungere i loro alunni, che sono giò stanchi ancora prima di cominciare.

 

Valutare dialogando

Si è svolto il 5 e 6 settembre scorsi il convegno “La scuola del gratuito”, organizzato a San Marino dalla Comunità Papa Giovanni XXIII e dal Gruppo di studio “La scuola del gratuito”. Sono stata invitata a raccontare la nostra avventura di un anno senza voti in una prima della mia scuola media. E’ stata un’esperienza interessante e soprattutto portatrice di speranza e prospettive nuove.

Tante persone, insegnanti, educatori, genitori si sono trovati per discutere di come si possa pensare, e fare, una scuola diversa in cui i valori siano la collaborazione, la condivisione, l’apertura verso l’altro, il desiderio di apprendere.

Valutare senza voto significa usare il dialogo al posto del numero, significa descrivere con maggiore attenzione e precisione la complessità dell’essere umano in crescita e i suoi processi di apprendimento, significa riportare l’attenzione sull’importanza pedagogica dell’errore e della crisi. In poche parole significa dare una nuova centralità ai bambini e alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze nel modo più alto, quello di considerarli un insieme di cuore e mente, di emozioni, sentimenti, riflessioni, pensieri che non possono essere scissi gli uni dagli altri e che devono vivere una loro dimensione educativa di libertà.

Le indicazioni nazionali per il curricolo sono già innovative sotto molti punti di vista e alcuni passaggi al suo interno, a mio parere, ci spingono a rivedere la posizione della scuola in materia di valutazione. Non si può ridurre una competenza a un numero, così come non si può costringere in un numero una persona. Sta a noi insegnanti non avere paura (e poi paura di che?) e diventare protagonisti attivi di una nuova esperienza didattica e pedagogica. Se le cose cambieranno in meglio sarà perché noi, dal basso, avremo risvegliato davvero e con pratiche alternative la sonnolenta scuola italiana.